In un mondo dove si finisce per divorare e digerire tutto in un batter d'occhio, anche compiere cento anni può apparire una consuetudine, ma così non è. Che cosa accadeva in Italia il 20 aprile del 1925? Di sicuro si era da poco insediato il fascismo, l'Italia era fuoriuscita dalla prima guerra mondiale e si leccava ancora le ferite, profonde, di centinaia di migliaia di morti. Lo stesso giorno un tale Adolf Hitler celebrava, si fa per dire, i suoi primi 36 anni, pressoché sconosciuto se non fosse che appena otto anni più tardi salì al potere in Germania diventando uno degli uomini più potenti e temuti al mondo. A Livorno, città sul mare che, all'epoca, vedeva tra i suoi eroi un certo Costanzo Ciano, ammiraglio, vide la luce l'unica figlia femmina di una truppa di maschi. Le fu messo un nome singolare, Dory, ma con la ipsilon e la cosa, negli anni a venire, avrebbe rappresentato un problema di carattere burocratico non indifferente.
Il 20 aprile 2025 questa vecchia signora ancora in testa e con un fisico resistente, festeggerà il suo primo secolo di vita, il primo e l'unico ovviamente e se al suo unico figlio, decenni fa, gli avessero detto che sarebbe giunto ad assistere a simile traguardo, non ci avrebbe creduto. Cento anni sono una infinità. Ha vissuto il fascismo e la guerra, il dopoguerra e la rinascita, ha lasciato Livorno perché innamorata di un uomo più grande di lei e si è trasferita a Pisa, quindi a Firenze e, infine, a Roma. Poi, 25 anni fa, a Lucca. Si dà tutto per scontato o quasi nella quotidianità della nostra esistenza, ma non è così. Nulla è scontato, tantomeno la vita. Per resistere cento anni occorrono svariati ingredienti, tra i quali la salute in primis, ma anche zero stress, semplicità, generosità, bontà d'animo, niente invidia o gelosia, nessuna cattiveria e, magari, anche un po' di fede.
Dagli 80 anni in poi, ogni 20 aprile, si è festeggiata la ricorrenza, senza pensare che saremmo giunti a toccare il secolo. Paradossalmente anche il trionfo della vita equivale alla supremazia della morte, entrambe indissolubilmente legate, soprattutto, se si pensa che prolungare la prima ad altro non serve che ad andare incontro alla seconda.
Cento anni di solitudine scriveva Garcia Marquez, ma per Dory Chimenti non è mai stato così. Casomai cent'anni di gratitudine per tutto quello che non ha mai ricevuto e avuto e, allo stesso tempo per tutto quello che la vita le ha dato, di bello e di brutto, di gioia e di dolore. Rimasta orfana di madre a 12 anni, si è vista piombare in casa quella che, all'epoca, si definiva 'la matrigna', una sorta di strega malvagia che, però, aveva sposato il padre e, quindi, andava accettata comunque.
Mai una critica, mai una arrabbiatura, mai un gesto di odio o di disprezzo. Si, certo, in nun certo senso dove la mettevi stava, era una di quelle donne che appartenevano ad altre generazioni, donne che sapevano sacrificarsi e rinunciare, parole che, se pronunciate oggi, potrebbero produrre querelle e denunce a dismisura. Ha sempre avuto un solo figlio, ma in questo bastava e avanzava il marito che, di figli, ne aveva avuti altri tre, quattro in tutto. Modesta, comprensiva, affettuosa, casalinga quando il vocabolo non era ancora passibile di scherno o ironia. In una Roma di inizi anni Settanta, erano le donne che mandavano avanti le famiglie della piccola borghesia che sbarcavano nella capitale in affitto nelle case delle società immobiliari vaticane. E noi finimmo in un meraviglioso condominio in viale delle Milizie quartiere Prati. Aveva vissuto accanto ad un uomo che non aveva potuto ancora divorziare in una Italia dove la legge sul divorzio aveva avuto qualche problema prima di nascere. Alle nozze, celebrate in comune a Scandicci, testimone dello sposo un certo Corrado Mantoni, presentatore Tv e grande, grandissimo amico del marito.
Alla veneranda età di 85 anni da poco compiuti, le fu risparmiata la notizia della morte dell'unico nipote che aveva, all'età di 22 anni. Come? Non ce lo ricordiamo nemmeno noi, ma fu una decisione improvvisa e immediata. Non avrebbe retto al dolore. Meglio caricarcelo sulle nostre spalle ed evitare condivisioni inutili e devastanti. Certo, col tempo il suo affetto avrebbe potuto aiutarci, ma a 85-90 anni non può più essere una mamma che appoggia e sorregge un figlio quanto, casomai, l'opposto.
Mancano davvero pochi, pochissimi giorni a questo evento. Proprio il giorno di Pasqua per cui il pranzo sarà celebrato al ristorante di Maurizio Vichi a Chifenti il 21 aprile lunedì, Pasquetta, con una mega torta del solito Ademaro Cordoni della pasticceria Pinelli. Per la circostanza abbiamo chiesto a questa centenaria di pronunciare un discorso e, probabilmente, lo farà. Peccato che, nel frattempo, una maledetta bronchite l'ha investita in pieno. L'augurio è quello di uscirne fuori al più presto e nelle migliori condizioni.
A mano a mano che si procede con gli anni le riflessioni aumentano e le idiozie diminuiscono. La sensazione di essere immortali, sensazione propria delle ultime generazioni, lascia il tempo alla consapevolezza che la vita ha avuto un inizio e, in particolare, dovrà avere una fine. Per Dory Chimenti non ha contato né il primo né l'ultima, ma tutto quello che c'è nel mezzo.
P.S. La foto non ha alcun riferimento... politico e il saluto è semplicemente un gesto di affetto e amicizia. Del resto Dory Chimenti fascista non è mai stata pur essendo stata una Piccola Italiana negli anni Trenta e il padre un repubblicano sostanzialmente apolitico. Aveva, appena dodicenne, una amica ebrea che, da un momento all'altro, smise di vedere e di frequentare. Anche a Livorno il manifesto della razza fece il suo corso.